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DIARIO DA AUSCHWITZ BIRKENAU

 

di Nicoletta Bigatti

 

 

Auschwitz, 6 dicembre 2008

C’è il sole, oggi, ad Auschwitz. Nella luce del mattino, nel verde vivo dei prati di questo strano inverno polacco, le costruzioni del campo appaiono pulite, ordinate, una sorta di villaggio vecchiotto e un po’ demodè. Non fosse per il filo spinato che intravedi là in fondo, diresti che il Male non può stare qui.

Perché il Male è così, arriva a mostrarsi a poco a poco, mano a mano che la visita ti conduce a oltrepassare le porte di questi edifici di mattoni. Allora lo vedi: negli oggetti, nelle povere cose che facevano la vita di chi è entrato dal portale da cui siamo passati anche noi, magari illudendosi per quella scritta: “Il lavoro rende liberi”.

Eccolo il male: i cumuli di valigie, di scarpe, di vestiti, di bambole, di piccoli giochi.

Fotografie, file interminabili di occhi impauriti, corpi privati della loro essenza umana, poveri scheletri senza più forma né dignità.

Non si può più essere gli stessi dopo aver visto tutto questo, dopo aver cercato di cacciare indietro il groppo alla gola davanti a migliaia di scarpette minuscole di bambino, dopo aver fermato lo sguardo sulla foto di una bimbetta bionda vestita da ballerina, con la consapevolezza che di lei al mondo non è rimasto altro, dopo aver sostato dinnanzi all’enorme teca con tonnellate di capelli, stentando ad accettare che possano essere stati parte di persone reali. Dopo aver cercato di dare un senso a quel muro nero, dove si finiva uccisi per aver raccolto da terra un mozzicone; dopo essersi sentiti soffocare in quel buco di cemento dove migliaia di esseri umani (persone come te, accidenti) hanno respirato il gas che li ha cancellati dalla terra.

Guardo tutto questo, lo assorbo con forza e desolazione, come se dalla forza dei ricordi che riporterò indietro dipendesse la garanzia che Auschwitz non può ritornare. Eppure so che non è così, perché Auschwitz è nel buio del cuore di ogni uomo, e può ritornare ogni volta che pensiamo di averlo esorcizzato per sempre.

 

Birkenau, 7 dicembre 2008

Oggi il sole non c’è. Il cielo di Birkenau è affollato di nuvole nere, non piove, ma l’umidità  ti entra nelle ossa. Qui, nella parte di Auschwitz edificata apposta per lo sterminio, non ci sono ordinate costruzioni di mattoni. Solo baracche di legno, disperse in un’immensa distesa fangosa.

Il binario della ferrovia entra sotto la torretta d’ingresso, da cui lo sguardo si perde in uno spazio che sembra non avere fine. Sulle rotaie delle mani pietose hanno deposto delle rose bianche, la loro bellezza è quasi insopportabile.

Percorriamo le strade fra le baracche e il filo spinato. La nostra guida polacca, Heinrich, non riesce ad essere asettico nelle sue spiegazioni, dalla sua voce si colgono sofferenza e indignazione, a conferma che dopo tanti anni (ci dice che si interessa di questo campo dal 1963, e l’impressione è che profonde e non dette ragioni personali lo tengano legato a questo luogo) non riesce ancora ad abituarsi al Male.

Ma forse non sarebbe nemmeno possibile: nei nostri caldi cappotti ci troviamo a considerare i gelidi tavolacci di legno, le orride latrine, il buio delle casupole, i prati dove bruciavano le cataste di cadaveri, i resti dei forni e delle camere a gas che prima di fuggire gli assassini tentarono inutilmente di cancellare dalla memoria del mondo.

Sul fondo del campo c’è una piccola mostra. Un grande locale semibuio conduce a un enorme pannello dove, illuminate da una luce fredda, sono appese migliaia di fotografie, trovate nei bagagli delle vittime. Immagini di vite serene, feste di compleanno, gite in montagna, visi sorridenti, neonati nudi accompagnati da genitori orgogliosi. A molte di quelle vite si è riusciti a dare un nome, a ricostruirne la storia.

Ed è leggendo quelle storie che l’orrore ti colpisce con tutta la sua forza, perché capisci di colpo che i numeri che leggi sulle lapidi, i morti, non sono figure nebulose, di cui a stento riesci a percepire due occhi, un naso, una bocca, un corpo. No, sono PERSONE, come te, che festeggiavano le loro piccole ricorrenze familiari nel tuo stesso modo, che come te passeggiavano, sorridevano, vivevano.

In una foto una mamma stringe a sé un neonato: il bambino assomiglia terribilmente a mio figlio. La didascalia dice che nessuno dei due tornò da Birkenau. E allora il groppo alla gola risale a tradimento, perché io sono qui, mio figlio è qui, e a loro qualcuno ha negato il diritto di esistere.

 

Alla fine della visita si mette a piovere: è come se anche il tempo piangesse la sorte di quella mamma e di quel bambino.

 

 

 

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