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Auschwitz, 6 dicembre 2008
C’è il sole, oggi, ad Auschwitz.
Nella luce del mattino, nel verde vivo dei prati di questo
strano inverno polacco, le costruzioni del campo appaiono
pulite, ordinate, una sorta di villaggio vecchiotto e un po’
demodè. Non fosse per il filo spinato che intravedi là in fondo,
diresti che il Male non può stare qui.
Perché il Male è così, arriva a
mostrarsi a poco a poco, mano a mano che la visita ti conduce a
oltrepassare le porte di questi edifici di mattoni. Allora lo
vedi: negli oggetti, nelle povere cose che facevano la vita di
chi è entrato dal portale da cui siamo passati anche noi, magari
illudendosi per quella scritta: “Il lavoro rende liberi”.
Eccolo il male: i cumuli di
valigie, di scarpe, di vestiti, di bambole, di piccoli giochi.
Fotografie, file interminabili
di occhi impauriti, corpi privati della loro essenza umana,
poveri scheletri senza più forma né dignità.
Non si può più essere gli stessi
dopo aver visto tutto questo, dopo aver cercato di cacciare
indietro il groppo alla gola davanti a migliaia di scarpette
minuscole di bambino, dopo aver fermato lo sguardo sulla foto di
una bimbetta bionda vestita da ballerina, con la consapevolezza
che di lei al mondo non è rimasto altro, dopo aver sostato
dinnanzi all’enorme teca con tonnellate di capelli, stentando ad
accettare che possano essere stati parte di persone reali. Dopo
aver cercato di dare un senso a quel muro nero, dove si finiva
uccisi per aver raccolto da terra un mozzicone; dopo essersi
sentiti soffocare in quel buco di cemento dove migliaia di
esseri umani (persone come te, accidenti) hanno respirato il gas
che li ha cancellati dalla terra.
Guardo tutto questo, lo assorbo
con forza e desolazione, come se dalla forza dei ricordi che
riporterò indietro dipendesse la garanzia che Auschwitz non può
ritornare. Eppure so che non è così, perché Auschwitz è nel buio
del cuore di ogni uomo, e può ritornare ogni volta che pensiamo
di averlo esorcizzato per sempre.
Birkenau, 7 dicembre 2008
Oggi il sole non c’è. Il cielo
di Birkenau è affollato di nuvole nere, non piove, ma l’umidità
ti entra nelle ossa. Qui, nella parte di Auschwitz edificata
apposta per lo sterminio, non ci sono ordinate costruzioni di
mattoni. Solo baracche di legno, disperse in un’immensa distesa
fangosa.
Il binario della ferrovia entra
sotto la torretta d’ingresso, da cui lo sguardo si perde in uno
spazio che sembra non avere fine. Sulle rotaie delle mani
pietose hanno deposto delle rose bianche, la loro bellezza è
quasi insopportabile.
Percorriamo le strade fra le
baracche e il filo spinato. La nostra guida polacca, Heinrich,
non riesce ad essere asettico nelle sue spiegazioni, dalla sua
voce si colgono sofferenza e indignazione, a conferma che dopo
tanti anni (ci dice che si interessa di questo campo dal 1963, e
l’impressione è che profonde e non dette ragioni personali lo
tengano legato a questo luogo) non riesce ancora ad abituarsi al
Male.
Ma forse non sarebbe nemmeno
possibile: nei nostri caldi cappotti ci troviamo a considerare i
gelidi tavolacci di legno, le orride latrine, il buio delle
casupole, i prati dove bruciavano le cataste di cadaveri, i
resti dei forni e delle camere a gas che prima di fuggire gli
assassini tentarono inutilmente di cancellare dalla memoria del
mondo.
Sul fondo del campo c’è una
piccola mostra. Un grande locale semibuio conduce a un enorme
pannello dove, illuminate da una luce fredda, sono appese
migliaia di fotografie, trovate nei bagagli delle vittime.
Immagini di vite serene, feste di compleanno, gite in montagna,
visi sorridenti, neonati nudi accompagnati da genitori
orgogliosi. A molte di quelle vite si è riusciti a dare un nome,
a ricostruirne la storia.
Ed è leggendo quelle storie che
l’orrore ti colpisce con tutta la sua forza, perché capisci di
colpo che i numeri che leggi sulle lapidi, i morti, non sono
figure nebulose, di cui a stento riesci a percepire due occhi,
un naso, una bocca, un corpo. No, sono PERSONE, come te, che
festeggiavano le loro piccole ricorrenze familiari nel tuo
stesso modo, che come te passeggiavano, sorridevano, vivevano.
In una foto una mamma stringe a
sé un neonato: il bambino assomiglia terribilmente a mio figlio.
La didascalia dice che nessuno dei due tornò da Birkenau. E
allora il groppo alla gola risale a tradimento, perché io sono
qui, mio figlio è qui, e a loro qualcuno ha negato il diritto di
esistere.
Alla fine della visita si mette
a piovere: è come se anche il tempo piangesse la sorte di quella
mamma e di quel bambino. |