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“ Chi muore lontano dalla propria terra muore due volte “ Queste
parole, che Dostojevskij mette sulle labbra di Dimitrij
Fjòdorovic nel suo romanzo “ I fratelli Karamàzov.”, assumono un
tragico, nostalgico significato se accostate alla sorte toccata
a questi nostri compagni lavoratori che oggi abbiamo ricordato.
Come tutti noi, essi amavano la vita, sognavano il loro futuro
circondati dai più sacri affetti, in una Italia finalmente in
pace, dove la giustizia, la democrazia, la solidarietà e,
soprattutto, la libertà sarebbero stati patrimonio comune. Ma
qualcuno ha detto NO a queste loro speranze di menti libere e
più non tornarono dai campi di sterminio nazisti. Non erano eroi
questi nostri lavoratori, ma lo sono diventati loro malgrado.
In questi campi, limite dell’orrore, un apparato scientifico di
repressione e di morte, doveva distruggere, dopo averle ridotte
ad ombre di vita, milioni di persone. Lavoratori, partigiani,
militari, sacerdoti, oppositori politici, ebrei, Testimoni di
Geova, zingari, omosessuali, donne e bambini, disabili e
mendicanti sono state le vittime sacrificali in olocausto alle
aberranti dottrine del nazismo e del fascismo.
Olocausto: questa terrificante parola che deriva dal greco
antico holokàuston e che
letteralmente significa, completamente bruciato, avvolge come un
sudario pietoso le ceneri di questi nostri lavoratori,
sotterrate o sparse in terra straniera.
Se noi togliessimo ora da questo campo le lapidi che recano alla
nostra memoria i volti ed i nomi dei nostri deportati,
troveremmo solo avelli vuoti, non le loro ossa che mani pietose
potrebbero consegnare al culto dei congiunti.
I nostri deportati forzatamente lasciarono Legnano ma non fecero
più ritorno nella nostra città. E noi non possiamo dimenticare
che il fascismo italiano ebbe gravi responsabilità in tutto
questo con le leggi razziali del 1938, col suo regime di
dittatura, con la Repubblica delle Brigate Nere che operarono in
prima linea con rastrellamenti, delazioni e rappresaglie a
sostegno dell’occupante nazista.
Malgrado tutti i tentativi di revisionismo, di negazionismo, di
mettere sullo stesso piano vittime e carnefici, chi lottava per
la libertà ed il riscatto dell’Italia e di chi era dalla parte
della tirannia; di chi vuole rimuovere la memoria storica del
nostro Paese, mirando al superamento dell’antifascismo, noi
siamo qui, dinnanzi alle tombe dei nostri caduti per la libertà,
a ribadire ancora oggi l’impegno di trasmettere ai più giovani
la memoria di ciò che è stato, perché, conoscendo un orribile
passato, possano essi costruire per tutti un futuro migliore,
difendendo e facendo propri i valori per cui questi uomini hanno
dato la vita.
Mentre nelle nostre menti passano i nomi dei deportati della
Franco Tosi: Pericle Cima, Alberto Giuliani, Carlo Grassi,
Francesco Orsini, Angelo Santambrogio, Antonio Vitali, Ernesto
Venegoni, ad essi accumuniamo le altre vittime di altre nostre
fabbriche : Giuseppe Ciampini, Giannino De Tommasi, Rino Cassani,
Astorre Landoni, Carlo Ciapparelli, Giuseppe Ranzani, Davide
Zanin, Eugenio Verga, Mario Pomini, Gianpiero Farioli, Giuseppe
Bosani, Ambrogio Bossi, Luigi Mazza, Carlo Filetti, Gianfelice
Moro.
Un pensiero a don Mauro Bonzi, sacerdote legnanese, direttore
del Collegio Arcivescovile di Desio.
Aiutò la Resistenza, i militari allo sbando, i perseguitati dal
regime. Dopo una delazione, le Brigate Nere lo portarono al
carcere di Monza, poi a San Vittore, poi lo consegnarono alla
Gestapo. Internato nel campo di Dachau si tramutò in spazzino
per portare una parola di conforto ai detenuti.
Subì maltrattamenti, privazioni, umiliazioni. Liberato nel ’45
ritornò a Legnano, ma la sua salute non resse alle malattie
contratte in detenzione e morì nell’arco di pochi mesi. Ora don
Bonzi riposa in questo cimitero, nella cappella del clero.
Dietro a queste splendide figure, i terribili nomi di Mauthausen,
Dachau, Flossenburg, Ebensee, Gusen, Bruex, Zschachwitz.Ma oggi
questi nostri morti li sentiamo ancora vivi in mezzo a noi,
perché noi abbiamo raccolto e fatto nostro il significato del
loro sacrificio ed i valori che esso esprime.
Questi valori noi li abbiamo custoditi immutati, li ritroviamo
scolpiti nella prima parte della nostra Costituzione
Repubblicana, nata dalla lotta di liberazione dal fascismo e ci
impegniamo a trasmetterli a coloro che la vita ci ha messo
accanto nelle generazioni successive alla nostra.
E’ questo l’impegno solenne che noi rinnoviamo, qui, all’ombra
delle loro tombe, affinchè sui nostri compagni deportati aleggi
la certezza che il loro sacrificio non è stato vano.
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