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Il 31 maggio 2009 qualcuno – a Milano, alla fermata di un
mezzo pubblico – ha accoltellato Mohamed Ba, musicista e
attore senegalese, regolare da anni ormai, che lavora come
educatore nelle scuole, e insegna ai bambini milanesi le
memorie di Milano che nessuno gli insegna più. Fino a
qualche giorno prima dell’accoltellamento era in scena in
teatro, con "Lotta di negro contro cani", di Bernard-Marie
Koltés. Poi gli è toccato di incontrarne uno, di cane, un
cane matto e rabbioso, alla fermata di un tram.
Lettera al mio aggressore
di Mohamed Ba
in “Nazione
Indiana”
Caro fratello che non
conosco,
ti scrivo per invitarti a riflettere assieme a me su ciò che
ci legherà per sempre.
Domenica 31 Maggio, Milano ore 19.45, fermata del tram 19.
Ti vedo tranquillo in mezzo alla gente in attesa che rideva
spensierata, erano quasi tutti sudamericani.
Forse ero di troppo, e in quel momento decidesti di mettere
fine alla mia esistenza infilandomi il tuo coltello
nell’addome.
A quasi un mese dal fatto i miei pensieri vanno sempre a te
e alle tue motivazioni.
Caro fratello nobilmente pensoso, alla ricerca di una
purezza razziale che non saprei garantirti, camminiamo
insieme di deserto in deserto, verso il nudo essere, oltre
alle frontiere del passaporto e dei tratti somatici, là dove
si esaurisce il concetto di etnicità inizia il nostro
cammino.
La ricerca dell’umanità è molto più bella dell’etnicità.
Io posso capire che tu sia arrabbiato perché vedi i
cambiamenti socioculturali che avvengono nel tuo paese, ma
questo è solo il risultato di una globalizzazione mal
governata dove l’avere condiziona l’essere al punto tale che
chi non ha non è.
Caro fratello, oggi assistiamo ad una drastica divisione dei
popoli in Re e Poveri in base al luogo di provenienza. Basta
pensare che le problematiche che hanno spinto persone come
me a venire in Italia, sono state le stesse che hanno
portato milioni di italiani a lasciare il loro paese per
perlustrare nuovi orizzonti.
Se la scimmia avesse avuto quello che occorreva sugli alberi
per vivere bene, mai sarebbe scesa per terra.
Puoi anche pensare che uccidendomi avresti trovato il lavoro
che santifica ma sbaglieresti perché mi sono inventato il
mio lavoro, ho osservato la città di Milano con i bambini di
ogni ceppo culturale, mi sono ritrovato sui banchi di scuola
proponendomi come educatore e mediatore culturale che
propone dei percorsi didattici permettendo a tutti gli
alunni italiani e non, di condividere dei momenti in cui
spaziare a livello planetario alla riscoperta dei valori
morali tradizionali; è un lavoro che faccio da dieci anni
con passione, dedizione e professionalità.
Caro fratello, sono approdato a Milano undici anni fa e di
scoperta in scoperta, mi sono reso conto che la storia ed i
simboli erano sconosciuti ai più.
Credimi, quando porto i bambini in città alla scoperta dei
luoghi e non luoghi, fanno fatica a trovare delle persone in
grado di aiutarli a decodificare gli enigmi, da Bellevoso al
pozzo dei battuti, dalla maledizione di Tommaso Marino ai
doccioni, fino a “lavorare a uf”.
Come vedi fratello, non sono venuto ad inquinare la città ma
cerco di risollevarne la memoria storica, permettendo ai
bambini italiani di confrontarsi con gli altri quando
porteranno in classe i vari tamburi, racconti….
Ti pregherei di riflettere sul tuo gesto.
Uccidendomi avresti privato centinaia di bambini di
proseguire un cammino verso una cittadinanza attiva ed il
rispetto del patrimonio culturale.
Non puoi immaginare quanto, gli stessi bambini, siano
rimasti scioccati dal tuo gesto e le loro lettere hanno
invaso l’ospedale dove ero ricoverato.
Caro fratello, stavi quasi privando due bambine di sei e tre
anni, portatrici di una doppia identità culturale, di un
padre.
Mi hai lasciato sulla strada mezzo morto, nell’indifferenza
totale ma altri italiani mi hanno soccorso, curato, accudito
e dato la forza di ripartire.
Caro fratello puoi anche sentirti legittimato dai proclami
che voci autorevoli di questa città fanno, soprattutto alla
vigilia di appuntamenti elettorali ma saresti ingenuo per il
semplice fatto che il rapporto tra la popolazione attiva e
quella pensionata è di uno a uno. Sarebbe impensabile mandar
via tutti gli immigrati, il paese si bloccherebbe.
Caro fratello, ti invito a deporre le armi perché non hai un
potere salvifico.
Un giorno ti accorgerai che quello che si è nella vita non è
motivo di orgoglio o di vergogna, ma quello che si diventa
lo è.
Casualmente ci siamo ritrovati ad essere italiani,
americani, africani etc… non è stata una scelta.
Ma oggi posso affermare di essermi gradevolmente
“italianizzato “ pur sapendo che il tronco d’albero può
stare in acqua per secoli, non diventa mai un coccodrillo.
Caro fratello, l’Italia vera è quella col cuore in mano che
sa riconoscere nell’altro valori arricchenti.
Non uccidere le differenze culturali, sono la bellezza
dell’umanità.
Gli ideali sopravvivono sempre.
Un caloroso abbraccio.
Pensaci…. pensaci…. pensaci….
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