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Legnano

sezione "Mauro Venegoni"

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

65° Anniversario dell'uccisione di MAURO VENEGONI

 

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Discorso di Dario Venegoni

 

Cassano Magnago, 25 ottobre 2009,

Commemorazione di Mauro Venegoni

 

È con enorme emozione – penso che lo comprenderete - che prendo la parola questa mattina in questo luogo, nel corso della manifestazione che ricorda il 65° anniversario dell’uccisione di mio zio Mauro Venegoni.

Mi tornano alla mente le tante volte che sono venuto qui, in questa circostanza, fin da ragazzino, quando a parlare erano mio padre o mio zio, oppure loro compagni nella lotta partigiana, uomini e donne che avevano conosciuto Mauro negli anni della clandestinità e della persecuzione.

 

Sono sempre rimasto colpito dall’emozione che ancora a tanti anni di distanza dall’uccisione la figura di mio zio ancora suscitava a Legnano, a Cassano Magnago, a Busto, in tutti i comuni di questa zona. Mi sono chiesto che cosa faccia sì che in tanti sentiamo così vivo e presente questo operaio assassinato tanti anni fa. Cosa percepiamo di moderno, di attuale nella sua figura noi, uomini e donne che viviamo in un mondo così diverso dal suo.

 

Per rispondere mi riferirò a un filmato che ho visto in Internet.

 

Si tratta di un filmato che gira in rete da tempo; è la registrazione del discorso che Steve Jobs, il visionario fondatore e presidente della Apple ha tenuto nel giugno 2005 ai neolaureati della università americana di Stanford. Un discorso che incarna la quintessenza di quanto di meglio c’è nell’american way of life, nel modello di vita della società americana. Jobs raccontava come dai peggiori rovesci della sua vita – abbandono dell’università, il licenziamento dalla azienda che lui stesso aveva fondato, e persino il cancro che lo ha colpito alcuni anni fa – egli abbia tratto in ultima istanza insegnamenti positivi, esperienze che lo hanno aiutato a realizzare i suoi sogni, a crescere, a diventare l’uomo che è oggi.

Ai neolaureati egli ha raccomandato di “trovare quello che amate”, quello per cui valga davvero la pena di vivere. “E se non l’avete ancora trovato continuate a cercare, non arrendetevi alla mediocrità. Non vivete la vita decisa da qualcun altro, non fatevi intrappolare dai dogmi,  abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione”.”Siate affamati, siate folli”, dice Jobs ai giovani americani.

 

A ben vedere, Mauro Venegoni era fatto esattamente così. Aveva compreso fin da ragazzo, quando era andato a lavorare in una grande fabbrica, pur avendo soltanto 12 anni, quali erano gli obiettivi per i quali sarebbe stato disposto a impegnarsi per la vita. Idee semplici, essenziali, e insieme grandiose: lavoro, libertà, uguaglianza… Valori ai quali ha orientato tutta la propria vita, con una coerenza che non può non lasciare ammirati.

 

In quest’epoca nella quale tanta parte della politica suona lontana dalla vita di ciascuno di noi; nella quale è merce corrente il cambio di casacca e di bandiera, nella quale assistiamo alla corsa ai privilegi e al vantaggio personale, non può lasciarci indifferenti l’esempio di un uomo che ha saputo essere sempre coerente con le proprie idee, pagandone un prezzo altissimo.

 

Avversario implacabile dei nemici dei propri ideali, Mauro seppe essere interlocutore spigoloso e intransigente anche di coloro che si dicevano dalla sua parte. Era nemico del conformismo, della verità calata dall’alto, dei grilli parlanti che conoscono a priori la risposta ad ogni domanda.

 

Per tornare a casa dalla stazione ferroviaria, al ritorno dal lavoro, attraversava il centro a testa alta, evitando le strade più defilate, anche se sapeva di andare incontro al rischio di una aggressione degli squadristi fascisti – un rischio concretizzatosi in violentissimi, ripetuti pestaggi. E ai compagni che gli chiedevano di cambiare strada, di non esporsi così, rispondeva che non aveva nulla da rimproverarsi, rivendicando il proprio diritto di andare dove meglio gli pareva.

A chi gli chiedeva di approvare a scatola chiusa questa o quella presa di posizione del suo partito lui sempre opponeva un rifiuto, rivendicando il suo diritto-dovere di essere compiutamente informato e di formarsi un proprio personale giudizio su ogni questione, prima di esprimere un voto.

 

E quando il suo partito gli chiese di andare in Calabria e in Sicilia, lui, operaio legnanese, dall’inconfondibile accento di queste parti, a organizzare il sindacato tra i braccianti e i lavoratori del porto di Messina e di Villa San Giovanni, lui ci andò, pur sapendo che sarebbe durato poco prima di essere scoperto, certo che questa avventura gli sarebbe costata – come gli costò – altri anni di prigione e di isolamento.

Lo scrisse lui stesso ai genitori, all’indomani dell’arresto, in una delle lettere scritte allora dal carcere, che rimangono tra le più significative che di lui ci rimangono: ”Sapevo che una volta o l’altra sarei caduto nelle mani della polizia fascista. Voglio che vi facciate coraggio, e sopportiate anche quest’altro colpo, che vi reco, col massimo sangue freddo e serenità, come avete saputo sopportare i numerosi colpi del passato”. “(…) Non ho fatto “niente di male. In tutti i paesi del mondo i lavoratori hanno il diritto di organizzarsi come meglio essi credono (…)  in Italia invece, da diversi anni questo diritto ci è stato tolto ingiustamente, (…) e siccome si persiste a negarci questo diritto, allora noi, sorretti dai lavoratori coscienti di tutti i paesi, ce ne valiamo ugualmente ricorrendo alla forma clandestina di organizzazione”.

Al fratello Carlo, allora in carcere anche lui Mauro scrive: “Mi immagino il grande dispiacere che ti procurerà la notizia [del mio arresto], ma sono certo che saprai essere forte e non ti lascerai minimamente sbigottire. Sono sicuro che molto più dispiacere ti avrebbe procurato la notizia  di una mia diserzione del campo che non quella della mia caduta”. Io avrò “la forza di sopportare qualunque ingiusta condanna con la massima serenità”.

 

In carcere e nel campo di concentramento Mauro studiò il francese, il tedesco, la letteratura, la storia, l’economia, le scienze. L’operaio legnanese che aveva finito appena la quinta elementare voleva prepararsi per il domani, per il giorno in cui la dittatura  fascista sarebbe finalmente caduta e si sarebbe potuto costruire un avvenire di lavoro, di uguaglianza, di libertà.

La cattura, le torture e l’uccisione formarono Mauro alla soglia di questo traguardo, a sei mesi dalla liberazione.

 

A noi sembra però di scorgere nelle fondamenta della Costituzione della Repubblica più di una traccia della sua vita appassionata. E più si leva il polverone attorno ai principi fondamentali di quella Carta, più sentiamo crescere impellente un bisogno di riaffermare a nostra volta pochi essenziali valori: quelli del lavoro, della uguaglianza, della libertà, della pace.

Sono parole che usiamo con cautela, con rispetto, ma anche con determinazione, convinti che su quei valori non sia possibile alcun compromesso. La Costituzione, diceva Piero Calamandrei, che ne fu uno dei padri più illustri, è il “frutto del sangue di centomila morti”, uccisi nel corso dell’ultima guerra.

 

Noi oggi celebriamo uno di questi morti. Avvertiamo la responsabilità di non tradire l’eredità della sua vita coerente e generosa.

 

Dario Venegoni

 

 

Dario Venegoni, oratore ufficiale.

Ultimo a destra Oviedo Venegoni, figlio di Mauro

sindaco Busto Arsizio Farioli

 

presidente ANPI Busto Arsizio Ceriotti

 

 

 

 

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