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Quel Natale del ’44 (60 anni dopo,
lettera di un Partigiano alla sua figlia)
Lettera scritta dal partigiano Vladimiro Diodati, nome di
battaglia
Paolo,
alla figlia Milena
In questa notte di Natale voglio scriverti questa lettera, figlia
mia, perché avverto il peso del tempo, e sento che i miei giorni
volgono ormai al tramonto.
Sono trascorsi sessant’anni dalla fine della guerra e tante cose
ho serbato nel cuore. Ma in questa notte sento il desiderio di
offrirti questa semplice testimonianza. Te la dono con il mio
affetto, con tutto il mio bene, affinché sappia che tuo padre ha
vissuto la sua vita con la coerenza degli ideali.
In quel periodo accadde tutto così in fretta, figlia mia. Allora
c’era poco tempo per pensare... le scelte si facevano sulla
nostra pelle. A volte bastava un attimo: stare di qua o di là
della barricata poteva essere anche una questione di emozioni:
la libertà oppure l’onore? Il desiderio di un’Italia migliore o
l’orgoglio di non venir meno a una parola data? Questo, sia
chiaro, per chi le scelte le operò in buona fede. Gli altri, non
so… Non c’era tempo, allora, per approfondire…
Sicuramente ci saranno stati errori anche dalla nostra parte.
Forse degli eccessi… Ma noi sognavamo la libertà, non
dimenticarlo, figlia mia… Altri stavano dalla parte della
dittatura, del terrore, della morte.
Io scelsi di stare dalla parte della vita...
C’è un episodio, però, che oggi voglio consegnare ai posteri. Una
storia che, sino ad ora, è appartenuta alla sfera del mio
privato, delle mie emozioni, di quei profondi sentimenti che
hanno albergato nel mio cuore. Non l’ho mai raccontata prima;
ma, a sessant’anni dalla fine della guerra, voglio fissarla
sulla carta per te, affinché possa ricordarti del tuo papà…
Accadde nell’autunno-inverno del 1944.
Dal settembre 1943 avevo scelto la via dei monti, quella della
libertà.
Nella valle in cui operavo iniziava il primo freddo di quel
secondo autunno di lotta. Era la fine di ottobre e, dopo lungo
girovagare, una sera, verso le 10, arrivammo nel paesino di…,
che già allora era chiamata la “piccola Svizzera della
Liguria”.
Eravamo una decina in tutto: tre o quattro del Comando, con sei o
sette partigiani sfiniti dalla stanchezza e dalla paura.
Il grosso della nostra Brigata era rimasto nell’altra vallata,
quella a ridosso del Piacentino. Ci avrebbero raggiunti la
mattina seguente, in prossimità del Passo.
Bussammo a una Colonia che ci avevano segnalato: una bellissima
costruzione moderna che si affaccia in alto, a sinistra del
paese, tutta luccicante per le vetrate che ne fasciano l’intera
perimetria.
Mi avevano informato ch’era abitata da alcune suore con molti
bambini.
Nel buio pesto ci aprì una sorella. Madre Ignazia, questo il suo
nome, sussultò sbigottita di fronte alla luce fioca di una
lampada che lasciava trasparire i nostri volti. Uomini stanchi,
con fazzoletti rossi al collo, con le barbe e i capelli lunghi,
i caricatori sul petto, le bombe alla cintura e le armi a
tracolla non avrebbero offerto tranquillità ad alcuno, in quel
periodo...
Ci presentammo a nome del CLN: “Abbiamo bisogno di far riposare
i nostri uomini. Siamo stanchi, sfiniti...”.
Dapprima Madre Ignazia cercò di dissuaderci: “Siamo completi, ci
dispiace, non un solo letto è libero. Non possiamo proprio
ospitarvi”.
Poi, impietosita, ci fece accomodare.
La suora aveva una cinquantina d’anni suonati, un bel volto
largo, aperto, simpatico, incorniciato da un velo bianco
inamidato che glielo ricopriva sino alle gote. Ed una voce
chiara, musicale.
Mi presentò alle altre suore, una ventina, in buona parte giovani
che, spaventate, erano scese una ad una dalle loro camere.
Appartenevano all’Ordine di Santa Marta ed erano sfollate dal
loro convento con duecento bambini in tenera età, abbandonati
dalle autorità fasciste al loro destino.
Il quadro che mi si presentò, man mano che osservavo, era pietoso
e desolante. La Colonia era gelida, le suore avevano freddo e
sicuramente i bambini, già a dormire nei loro lettini, saranno
stati più intirizziti che mai.
“Non abbiamo di che riscaldare l’edificio”, mi disse la Madre.
Poi proseguì narrandomi di come erano state costrette a girare
le frazioni della Valle per elemosinare un po’ di pane per
aggiungerlo alle poche scorte alimentari che avevano per sfamare
i bambini e loro stesse.
Alla fine trovammo riparo, per quella sera, negli scantinati, con
qualche materasso recuperato alla bell’e meglio in soffitta.
L’indomani mattina, mi recai nell’ampio refettorio e constatai
che le razioni di cibo erano alquanto misere.
“Quando le autorità ci condussero qui - mi raccontò Madre Ignazia
- ci avevano promesso che non avremmo dovuto preoccuparci di
nulla. Avrebbero pensato loro a non farci mancare niente. Questa
è una colonia estiva per i figli dei lavoratori di una grande
azienda e vi doveva essere tutta l’attrezzatura per il suo buon
funzionamento. Invece non abbiamo trovato neppure le pentole e
le posate. Ora eccoci qui, con duecento figlioli di povera
gente, alcuni senza genitori, a cui pensare, da sfamare e da
vestire”.
Me ne andai con il cuore stretto, pensando a come poter
intervenire in quella pietosa situazione.
Intanto la nostra Brigata, attraversata la catena che divide il
paese dal Piacentino, si ricongiunse a noi.
I nostri uomini avevano catturato due camion tedeschi lungo la
Via Emilia, liberando gli autisti, trattenendo i mezzi e le
scorte, soprattutto scatolame di salsa di pomodoro, oltre a
quattro-cinque quintali di marmellata.
La visione di quei bambini affamati non ammetteva esitazioni. La
decisione fu istantanea e non trovò alcuna resistenza. Tutti i
rifornimenti furono trasportati con un carro alla colonia,
mentre le suore, meravigliate, ringraziarono la “Provvidenza”.
Fra me e Madre Ignazia si instaurò così un rapporto di simpatia e
fiducia.
Il giorno seguente convocai i paesani, con i muli e le slitte.
Avevo notato, in un certo punto della strada che dal paese
scende verso la vallata, un deposito di alcune tonnellate di
legna da ardere, pronta per essere trasportata e venduta nelle
città della costa. Indicai il da farsi e, per tutta la giornata,
fu un via vai di slitte trainate da muli, stracariche di quella
legna, che si trasferirono alla colonia.
Le suore accesero le stufe e tutto, all’interno, si riscaldò.
Come per incanto, i bimbi sentirono il tepore e giocarono
felici. Per loro era iniziata una nuova vita.
Nei giorni successivi, anche i montanari, seguendo il nostro
esempio, fecero a gara per rendersi utili.
Si mobilitarono ancora, con i loro muli, in una cinquantina,
superando fatiche e difficoltà, valicando il passo e
raggiungendo, accompagnati da una nostra staffetta, la colonia,
stanchi ma felici, con 50 quintali di farina di grano.
Madre Ignazia mi confidò le prime impressioni ricevute
allorquando ci accolse la prima volta. Con quei fazzoletti
rossi al collo e quelle barbe lunghe cosa poteva pensare di noi?
Eravamo quelli della guerra di Spagna, quelli che bruciavano le
Chiese e violentavano le religiose. Questo, almeno, scriveva la
stampa fascista. Questo avevano raccontato di noi.
Ora si trovava davanti degli uomini, soprattutto giovani, che si
erano accorti di loro. In mezzo alla guerra che infuriava, col
nemico alle calcagna e fra un rastrellamento e un’azione di
guerriglia, per settimane ci preoccupammo di far rivivere
quella Comunità abbandonata negli stenti.
Un giorno, via radio, ricevemmo l’ordine di predisporre l’arrivo
di alcuni lanci di aerei, comunicandoci le coordinate del luogo
prescelto.
La vigilia della data stabilita ascoltammo da radio Londra il
messaggio in codice: “Paolo e Francesca”, che preannunciava
l’arrivo. Il prato riservato al lancio era in una conca non
lontana dalla colonia.
All’ora fissata arrivarono gli aerei. Fecero alcune evoluzioni
attorno alla zona; quindi, riconosciuto il segnale convenuto
disegnato sul prato, iniziarono a passare e ripassare a bassa
quota seminando nel cielo tanti piccoli puntini, variopinti
ombrelloni che scesero dondolando dolcemente.
A quel punto, dalla terrazza della colonia, si levò un allegro
cinguettio di voci: erano i bimbi e le suore radunatisi per
salutare la pioggia dal cielo, quasi fosse una festa.
Raccolto il materiale, feci caricare i paracadute di seta, una
sessantina, e li inviai alla colonia. Le suore, con tutto quel
ben di Dio, cominciarono pazientemente a scucire le tele,
recuperando persino il filo con cui erano composte le corde.
Una sera, una staffetta del Comando di Zona giunse in paese con
un messaggio di poche righe, col quale mi si informava che era
iniziato un rastrellamento di grandi proporzioni nella valle
del Piacentino e che un centinaio di partigiani feriti,
dell’ospedale di zona, doveva essere evacuato. Sarebbero
arrivati con ogni mezzo: a dorso di mulo, con le slitte, a
piedi, durante la notte. La nostra Brigata avrebbe provveduto a
riceverli.
Che fare? Sembrava impossibile trovare una soluzione così su due
piedi. Alla fine pensai di fare un tentativo.
Mi diressi alla colonia, in quella gelida serata. Bussai alla
porta e, alla Madre che mi venne ad aprire, porsi il biglietto
ricevuto poco prima: “Legga”, le dissi, attendendo in silenzio
come se avessi posto una domanda.
“Faremo così. - rispose subito la Madre - Ci sono duecento letti;
metteremo due bimbi per ogni letto: uno alla testa e uno ai
piedi. In tal modo avremo cento letti per i partigiani feriti
che arriveranno stanotte”.
L’avrei abbracciata.
Fu così la colonia diventò anche un ospedale partigiano.
Per tutta la notte ci furono arrivi di feriti, alcuni mutilati,
intirizziti dal freddo, stremati dal lungo, estenuante viaggio.
Man mano che giungevano, venivano accolti dalle suore, dissetati
e sistemati nei letti messi a disposizione. Le Sorelle divennero
tutte infermiere che provvidero ad ogni cosa, dalla cucina alle
cure mediche.
Arrivarono le feste di Natale e Madre Ignazia mi pose, con tatto
e cautela, il problema della Comunione per i partigiani
ammalati.
“Non si preoccupi, Madre - le dissi. - Interroghi ogni partigiano
ed esaudisca ogni singolo desiderio. Vedrà che troverà giovani
desiderosi di essere comunicati”.
Quindi venne il mio turno.
“Sorella - risposi - potrei benissimo comunicarmi. Per me non
significherebbe niente e Lei sarebbe felice. Ma non posso
carpire così la sua buona fede”.
Madre Ignazia non si scompose, ma cominciò a pregare: “Ave Maria,
gratia plena...”.
Fu allora che, commosso e quasi trascinato da una forza
misteriosa, cominciai a ripetere la preghiera che mia madre mi
insegnò quand’ero fanciullo: “Ave Maria, gratia plena, Dòminus
tècum...”.
La vigilia di
Natale una staffetta ci informò dal Comando che il giorno dopo
avremmo dovuto lasciare il paese, perché tedeschi e fascisti
stavano organizzando un rastrellamento di vaste proporzioni.
Durante la messa di mezzanotte, molti partigiani parteciparono
alla funzione religiosa e si comunicarono.
La mattina di Natale salutammo le suore con grande commozione e
Madre Ignazia ci benedisse.
Ma prima della nostra partenza, trovammo nel refettorio duecento
figlioli tutti vestiti con fiammanti grembiulini: rossi, bianchi
e celesti. Erano le stoffe dei paracaduti.
Le sorprese, però, non erano finite. Madre Ignazia ci consegnò
uno scatolone con dentro decine e decine di fazzoletti rossi, di
quella stoffa setificata da addobbi religiosi. Sulle due punte
dei triangoli, ricamate in seta, due stelle a cinque punte con
il tricolore d’Italia.
Piansi di gioia… Poi ci separammo.
Ecco, figlia mia, perché ho voluto raccontarti questo episodio.
Quel fazzoletto, che ho sempre conservato da allora e che tu ben
conosci, fu confezionato dalle Suore di Santa Marta che avevano
lavorato in segreto per chissà quanto tempo!
Quando entrai a Genova liberata, io e tutti gli uomini della mia
Brigata portammo al collo un fiammante fazzoletto rosso: quello
con la stella a cinque punte e il tricolore ricamati.
Ancora oggi, in questa notte di Natale, mentre lo osservo appeso
al muro della mia stanza, mi commuovo al ricordo.
Vedi, figlia mia, in tutti questi anni non sono riuscito a
ritrovare la Fede, ma ogni volta che guardo il fazzoletto, il
mio pensiero corre a quel Natale del ‘44. E, ogni volta, quasi
trascinato da una forza misteriosa, torno a ripetere la
preghiera che mi insegnò mia madre: “Ave Maria, gratia plena.
Dòminus tècum. Benedicta tu in mulièribus et benedictus fructus
ventris tui, Jesus...”.
Ritrovo così la mia giovinezza e i miei sogni, mentre rivivo le
speranze di quei giorni.
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