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Legnano

sezione "Mauro Venegoni"

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Manifestazione 10 agosto in occasione del

65° anniversario dell'eccidio di piazza Loreto

 

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Sergio Fogagnolo

Resistenza e demagogia

Cittadine e cittadini di Milano, rappresentanti delle associazioni partigiane e delle pubbliche Istituzioni, autorità civili e militari, nella mia qualità di presidente dell’Associazione Le radici della Pace che riunisce i familiari dei Quindici partigiani qui fucilati dai nazifascisti il 10 agosto 1944, vi ringrazio per la vostra partecipazione.

Per onorare adeguatamente il 65° anniversario della strage nazifascista di Piazzale Loreto, credo che sia utile citare alcuni significativi passi del famoso discorso tenuto da Alcide De Gasperi alla Conferenza di Pace di Parigi il 10 agosto 1946[1]. Egli descrive un Paese completamente distrutto dalla guerra e ridotto alla fame: «L'Italia, nel momento attuale, con una diminuzione dei salari reali di oltre il 50% e del reddito nazionale di oltre il 45%, ha visto ridurre la sua capacità di produzione fino al punto da non poter acquistare all'estero le derrate alimentari e le materie prime».

Con poche ma efficaci parole De Gasperi descrive, poi, uno dei passaggi più difficili della nostra storia nazionale: «Non v'ha dubbio che il rovesciamento del regime fascista … fu possibile [solo] in seguito agli avvenimenti militari, ma esso non sarebbe stato così profondo, senza l'abile azione clandestina degli uomini dell'opposizione parlamentare antifascista che spinsero al colpo di stato, senza l'intervento degli scioperi politici nelle industrie del nord e se non fosse stato preceduto dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici». Ricorda che il comu­nicato di Potsdam del 2 agosto 1945 proclamava: «l'Italia fu la prima delle Potenze dell'Asse a rompere con la Germania, alla cui sconfitta … diede un sostanziale contributo».

E, dopo aver affermato che il popolo italiano fu protagonista di quella stagione, prosegue «Le perdite della Resistenza contro i tedeschi, prima e dopo la dichiarazione di guerra, furono di oltre 100 mila uomini tra morti e dispersi, senza contare i militari e i civili vittime dei nazisti nei campi di concentramento ed i 50 mila patrioti caduti nella lotta partigiana».

Vorrei ricordare qui che degli oltre 50 mila deportati italiani, a fronte di 8 mila ebrei, ci furono 44 mila deportati politici, in gran parte operai aderenti alla Resistenza che scioperavano per difendere i nostri impianti industriali. Molti furono immediatamente fucilati per questo. Tra i Quindici, è il caso di Temolo e Soncini della Pirelli, di Poletti della Isotta Fraschini, di Casiraghi e mio padre della Ercole Marelli che, insieme, organizzarono gli scioperi del marzo 1943 e del 1944 nella zona di Sesto San Giovanni. Insomma, mentre l'orizzonte fascista era solo di breve periodo (la guerra nazista, ormai senza speranza), la Resistenza programmava il futuro e la pace, opponendosi al furto degli impianti industriali che i nazisti volevano trasferire in Germania.

«Diciotto mesi durò questa seconda guerra,» dice infatti De Gasperi, «durante i quali i tedeschi indietreggiarono lentamente verso nord spogliando, devastando, distrug­gendo quello che gli aerei non avevano abbattuto».

È singolare che ancora oggi ci sia chi vuole negare il diritto di chiamarsi liberatori agli antifascisti che si battevano per la libertà e la democrazia con gli alleati (allora nemici dell’Italia fascista); mentre, è semplicemente scandaloso che coloro che allora erano dalla parte della guerra nazista e della dittatura fascista (o da nessuna parte, in attesa di saltare sul carro dei vincitori) oggi si ergano a giudici, dispensando lezioni di etica e di democrazia.

Forse a costoro non è chiaro che per liberarsi dei totalitarismi fascista e nazista, la comunità internazionale fu obbligata a combattere una guerra mondiale che costò oltre 60 milioni di morti; mentre, per liberarsi definitivamente del totalitarismo fascista, il nostro Paese fu obbligato a combattere una guerra civile che costò la perdita di oltre 150 mila persone e che fu guerra di liberazione perché l’illegit-tima repubblica di Salò era strumento e maschera del occupante nazista.

I familiari dei Quindici conoscono bene quanto costò al nostro Paese la libertà e la democrazia, perché il sangue dei nostri padri, dei nostri fratelli, dei nostri nonni fa parte di quel prezzo. Ma noi lo pagammo anche con una qualità di vita che, già difficile nel dopoguerra per chi non poteva contare su un reddito da lavoro, nel periodo della guerra fredda, divenne ancor più dura. Allora, nelle fabbriche, sui posti di lavoro, a scuola e nelle università fummo oggetto di attenzioni di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Tuttavia, non meno importanti furono le disattenzioni.

Per pacificare la Nazione e reinserirla nella comunità internazionale, da cui era stata emarginata in quanto Paese aggressore, le numerose stragi nazifasciste furono scientemente occultate per garantire ai criminali di guerra fascisti per i reati commessi nei paesi occupati la stessa impunità che si volle garantire a quelli nazisti per i crimini commessi in Italia.

Fu così che la strage di piazzale Loreto finì nell'«armadio della vergogna», impedendo che fosse resa giustizia ai familiari per oltre 55 anni. Per ogni processo di quel vergognoso archivio che oggi giunge a conclusione, la stampa si chiede solo se, dopo tanti anni, sia ancora necessario condannare dei vecchi ottuagenari e se non sia, ormai, un’inutile persecuzione. Pochissimi giornali tengono in considerazione il diritto dei familiari alla giustizia per tanti anni negata per ragioni di Stato. Nessuno considera che la proclamazione dell'imprescrittibilità di quei crimini -avvenuta nel corso del processo di Norimberga e condivisa da tutta la comunità internazionale- esige il processo.

Piazzale Loreto è prima di tutto un luogo di dolore; e il nostro non è certamente diverso da quello dei familiari degli «altri», i cui corpi saranno qui gettati otto mesi dopo quelli dei nostri. Quando la morte fa parte di un evento storico, la dimensione pubblica espropria quella privata e l’elaborazione del lutto non può più essere un fatto riservato. Ciò vale sia per noi come per loro. Tuttavia, se uguali sono il dolore e la difficoltà di gestire il lutto, certamente diverse sono le cause politiche dei due episodi che non possono essere ignorate. Ma, se sul piano storico e politico non è più discutibile la condanna del totalitarismo fascista, sul piano umano quel dolore esige rispetto.

Esso ci ha resi Cittadini attenti e consapevoli; crediamo nelle Istituzioni in quanto espressione democratica della sovranità popolare; rispettiamo le leggi perché precisano i nostri diritti che si rispecchiano nei doveri di altri Cittadini e nostri. Perciò abbiamo atteso pazientemente e rispettosamente per oltre 50 anni che ci venisse resa giustizia. Ma dopo averla esercitata tanto a lungo, la nostra pazienza sta finendo perché, in 65 anni, le Istituzioni hanno fatto poco o nulla per onorare la memoria di coloro che hanno garantito al Paese libertà e democrazia.

Due anni fa vi abbiamo chiesto, senza successo, di schierarvi con noi per dare giustizia ai familiari delle vittime delle stragi dell'«armadio della vergogna». Lo scorso anno, il nostro dialogo con le Istituzioni è stato interrotto da una improvvida scelta organizzativa. Quest’ anno, in occasione del 65° anniversario, la nostra Associazione ha preso l'iniziativa di produrre un film documentario rigorosamente scientifico per tutelare la memoria della strage di Piazzale Loreto. Vi abbiamo chiesto di onorare quel «debito morale di giustizia postuma[2]» con un aiuto finanziario per fronteggiare il gravoso impegno; ma abbiamo ottenuto risposte evasive o rifiuti impliciti. Solo la Fondazione BPM, l’ANPI provinciale di Milano e di Sesto San Giovanni, il Comune di Sesto, la CGIL e la Provincia di Milano hanno risposto al nostro appello; ma la nuova maggioranza della Provincia ha inspiegabilmente bloccato il mandato di pagamento emesso dalla giunta Penati fin dal 29 giugno.

Certo, la congiuntura non è delle più favorevoli e la crisi economica taglia i bilanci delle amministrazioni pubbliche. Ma forse che il momento è meno difficile per le famiglie delle vittime? Eppure, con molti sacrifici, esse hanno finanziato oltre due terzi del progetto, sottraendo quelle risorse all'indennizzo che lo Stato ha loro erogato per il ritardo ultra cinquantennale con cui il processo Saevecke fu concluso e che poi ha chiesto loro indietro. Se la Corte Europea, cui abbiamo fatto ricorso, ci obbligherà, restituiremo la differenza; ma, certo, non i soldi usati per onorare la memoria dei Quindici e affronteremo il giudizio che sicuramente l'Avvocatura dello Stato ci imporrà. Siamo certi che nel nostro caso la magistratura sarà velocissima, perché, parafrasando Nenni, nel nostro Paese la giustizia «è forte con i deboli e debole con i forti». Ma, se mai dovesse impiegare più 50 anni come per il processo Saevecke, quel ipotetico processo sarà una eredità che lasceremo ai nostri nipoti.

La condanna del totalitarismo fascista, formalmente rinnovata ogni anno in Piazzale Loreto, dovrebbe essere un valore condiviso da maggioranza e opposizione per confermare il patto sociale che, grazie ai Quindici e alla Resistenza, garantisce democrazia e libertà ai Cittadini. Ma, considerati i fatti, ci è davvero difficile non chiederci amaramente se l’antifascismo che anche oggi abbiamo sentito proclamare tanto solennemente non sia solo un esercizio retorico privo di ogni sostanza.

Grazie

 

Associazione Le Radici della Pace

Il Presidente

dr Sergio R. Fogagnolo


 

[1]   Il discorso di De Gasperi si trova al sito http://www.degasperi.net/show_doc.php?id_obj=3331&sq_id=0

[2]   Si veda il documento conclusivo della Commissione Parlamentare Giustizia del marzo 2001 pag. 18 al sito del Parlamento italiano.

                                                                                                                                 

 

 

 

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