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Legnano

sezione "Mauro Venegoni"

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10 anni fa il rogo nell'area Cantoni

 

 

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QUELLA NOTTE DI MARZO DI DIECI ANNI FA....

 

 

Notte tra il 17 e il 18 marzo 2000. Un incendio scoppia in pieno centro di Legnano, ma nessuno dei cittadini legnanesi rimane coinvolto. Le fiamme si propagano all’interno di una delle aree industriali dismesse più centrali, l’area Cantoni. Il risultato del tragico rogo è di cinque morti. Tre adulti e due bambine. Cinque fantasmi “dimenticati” in questa che sarà per anni il simbolo dell’indifferenza della città. Cinque persone, cinque macedoni arrivati da lontano per cercare di fuggire da una nazione in disfacimento, per cercare una condizione di vita migliore.

È un sabato mattina. La notizia viene ripresa da radio private, dai giornali locali, anche da quelli nazionali e dalla RAI. Ma quante sono le persone che “vivono” nell’area? Chi sono?

La domenica mattina qualcuno entra nell’exfabbrica.Il pomeriggio una cinquantina di persone esce a manifestare in piazza. È la prima volta che i “senza nome” si presentano alla città. Sono tunisini, marocchini, algerini. Non ci sono i macedoni sconvolti e spaventati da quanto successo.

Ma è solo l’inizio della storia de “il Cantoni”. L’”Hotel Miseria” di Legnano.

Dentro i fabbricati di piazza IV novembre pulsa una umanità composta soprattutto da tunisini arrivati chissà come a Legnano per trovare lavoro. Regolari e irregolari vivono dove una volta c’erano i macchinari di una delle fabbriche storiche legnanesi. Per la città sino a quella mattina di marzo non esistono. Improvvisamente prendono corpo e si fanno sentire. Un corteo di quattrocento persone percorre nei mesi successivi le strade della città sotto gli occhi attoniti dei pochi legnanesi rimasti in città in un pomeriggio domenicale caldo. Si finisce in una festa al Parco Castello.

Altri cortei seguiranno nei mesi e negli anni a venire. Incontri all’aperto o nel chiuso di Palazzo Malinverni con le autorità locali. Un consiglio comunale aperto dove per la prima volta “gli stranieri” parlano, con grande timore, davanti al Sindaco.

Ma cosa chiedono? Una cosa su tutto:una casa.

Non vogliono più vivere in quella fabbrica dove quando piove, l’acqua bagna i materassi, quando fa freddo non bastano neppure i piumoni donati da qualcuno, quando si mangia la compagnia più allegra è quella dei ratti dell’Olona.

Per anni si accavalleranno promesse, incontri, discussioni. Il tempo passa ma tutto rimane come prima. Non serve neppure uno sgombero organizzato dall’alto. Tutto rimane “il Cantoni”. Si ottengono piccole cose, ma la casbah legnanese rimane. Qualcuno si lamenta, ma quello che fa più male è l’indifferenza di molti, anzi di moltissimi.

Fino a quando un mattino l’”Hotel Miseria” cade sotto i colpi delle ruspe. Anni di vita trascorsi lì, dispersi nella polvere delle macerie.

Sono passati dieci anni. La Cantoni è un centro commerciale. Gli abitanti di allora si sono via via “spalmati” sul territorio. Molti sono cambiati, la vita li ha cambiati. Quei lavoratori-fantasma, che i caporali reclutavano alle cinque di mattino, si sono volatilizzati, ma dentro coloro che hanno vissuto con loro “il Cantoni” è rimasto un senso di vuoto e, perchè no, di impotenza.

Tante ore di lavoro sociale per arrivare al “decreto sicurezza” di questi ultimi mesi.

Ma questa è un’altra storia.

 

Angelo Pisoni

 

                                                                                                                                                                   

 

 

CIAO SIGNORA


Sto camminando lungo Corso Sempione quando, tra i rumori delle auto sento: “Buon giorno signora”. Mi volto e lo vedo. La mano sul cuore e un sorriso grande così.
Abdel. Due occhi troppo scuri su un viso troppo pallido per sembrare un marocchino, qualche capello in meno e qualche ruga in più, ma è lui. Sono passati 6 anni ma è sicuramente lui. Con la stessa voce gentile mi dice: “Come stai? E la tua gatta? Ti accompagno per un po’...”.
Attraversiamo la strada e leggo nel suo sguardo un non so che di orgoglioso: oggi come allora si sente grande a camminare al fianco della “signora italiana che non ha paura a farsi vedere in giro con uno di loro”.
Siamo entrati nel nuovo centro commerciale e improvvisamente si ferma, mi fissa e dice: “ Quante luci...Ti ricordi quando questa era la mia casa? Com’era buio e freddo e com’era difficile vivere?”. Certo che me lo ricordo. Un posto spettrale, senza servizi, umido e maleodorante. Nelle sere d’inverno l’unico segno di vita erano le fiammelle delle candele che si intuivano dalle fessure delle “case”. Certo che me lo ricordo. Non posso dimenticarlo. E non devo. Nessuno dovrebbe, eppure la ricchezza e l’eleganza dei negozi, la nuova piazza, l’imponente fontana hanno trasformato e cancellato quella vergogna che è stata l’area dismessa dell’ ex-Cantoni.
Lo guardo ancora negli occhi e voglio parlare del suo presente. Cos’è stato della sua ragazza, della sua famiglia, il lavoro...
Questa volta gli occhi li abbassa. “Sono sempre un muratore, sempre con lo stesso padrone, a casa tutto bene, mi sono sposato...”. “E tua moglie è qui?” dico io con entusiasmo.
Mi si avvicina un po’ e quasi sussurra: “Lo senti l’odore che ho addosso, di fumo, di umidità, di povertà? E’ lo stesso di quando ci siamo conosciuti..... però è quello di un’altra Cantoni. Non lontano da qui.” E poi : “No, mia moglie non è con me. Ciao signora”.

 


Marina Marzorati

 

 

 

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